Marika Bertoni Project

Schegge

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Autorretrato- Muerte Cosciente - G.C.

Autorretrato- Muerte Cosciente - G.C.

La morte concettuale mi pare l’unica possibilità per realizzare il senso della “fine”. Perché una fine non esiste, non esiste mai. Non esiste una fine nelle relazioni, non esiste una fine nelle cose, non esiste una fine nei sentimenti. Si trasformano ma non finiscono mai. Siamo animali in grado di infliggere colpi mortali per sopravvivenza. Siamo animali umanizzati da un cuore che non sappiamo dominare. La nostra esistenza è un percorso finalizzato alla conoscenza del nostro potenziale distruttivo/costruttivo. L’amore è in ogni cosa, l’amore incondizionato che non regge al nostro dolore solitario. Niente cancellerà il viaggio condiviso, un progetto fotografico che ci assomiglia, il potere delle emozioni plasmate in ogni gesto che tu hai fatto per me ed io per te. Accetto l’incomprensibile come paradigma dell’imperfezione posando un punto – una morte consapevole – al posto di una condanna. La morte non ha parole, non ha confronti, non ha ritorni, non ha istinti ne passioni. La morte è una maschera sfilata alla fine di una lotta – quando entrambi i combattenti non hanno più nulla da perdere se non il proprio Amore. Ogni cuore è una Digitalis Purporea che va coltivata e conosciuta.

Quando nascerai ti racconterò una storia

Quando nascerai ti racconterò una storia

Mon 16 Nov 2009 03:43:06 PM CET

Da “Monologo con un filo d’erba mongolo”“Sì, quello che cerco è dentro di me! Ma se non so dov’è quella me stessa di cui tanto parliamo, la custode del sapere e della conoscenza, se non la trovo neppure osservandomi ore allo specchio, distruggendolo e perdendomi nelle miriadi di me che i frammenti generano…dove devo guardare?Il bambino mi spiava dalla fessura della porta e nel mentre il filo d’erba scappato dal suo prato e naufragato nella mia cucina mi ascoltava attentamente. Ero in preda ad un delirante colloquio con quel figlio illegittimo della Terra. O forse, sarebbe meglio dire che ero in preda ad un delirante monologo con me stessa, davanti ad una platea alquanto originale. Un bambino dagli occhi verdi mi stava spiando dalla fessura della porta mentre dinnanzi a me un filo d’erba arrivato direttamente dalla fredda prateria mongola mi fissava senza ondeggiare. All’inizio la mia diffidenza mi portò a dubitare della sua veridicità, tanto appariva verde e fresco, avrei giurato si trattasse di uno stelo sintetico dal quale diffidare dal confidarmi. Alla fine fu un soffio d’aria fresca a ricordarmi che era necessario che io mi fidassi di lui, che si trattasse di uno stelo artificiale o di un figlio naturale della madre Terra. Tra loro l’essere più impuro e dal quale avrei dovuto diffidare ero io, imbevuta di cultura tramandata e avvelenata di eufemismi. Così iniziai il mio monologo.Mentre procedevo nella confessione disperata il telefono suonò ripetutamente per due volte. Nessuno parve accorgersi del rumore. Nessuno tranne me.Fuori dalla cucina la neve aveva cominciato a scendere, così soffice da sembrar cotone appena lavorato. Una goccia immobile sul vetro mi ricordò all’improvviso che doveva essere troppo freddo, sia per me che per il bambino che per il filo d’erba mongolo.In tutte questo andirivieni di riflessioni il mio monologo procedeva, smembrato all’origine del pensiero stesso. Ecco. Improvvisamente un frammento di specchio rotto mi rivelò la verità!Non riuscii più ad emettere alcun suono. I miei pensieri ormai erano in viaggio, indirizzati ognuno verso una destinazione sconosciuta, partiti da una sorta di stazione di smistamento, dove, ad occuparsi della spedizione era una giovane che mi somigliava come una goccia d’acqua! Ecco! Lì stava il danno! In quell’operazione di smistamento. Ad un certo punto mi parve addirittura di sentire il fischio di un treno e con esso milioni di volti in partenza, milioni di possibilità che arrivavano e partivano senza biglietto, illegali a loro stessi, privi di un’identità e di una meta.Fu un’istante. Il tempo del monologo e milioni di me erano partiti in chissà quali angoli di mondo.In quello stesso istante il filo d’erba mongolo mi porse una tazza di the appena bollito. Infuso di menta. L’aroma si diffuse in tutta la cucina. Era il 21 dicembre 2009M.


 


 



Breve monologo sulla confusione

Ebbene, sono confusa! Non c’è altra spiegazione. Affermando questa claustrofobica consapevolezza metto le mani avanti per possibili divergenze espressive in cui potrei incappare. Sono confusa nelle scelte da prendere e nel senso delle cose. Tutti consigliano un punto focale verso il quale direzionale la totalità delle proprie energie ma quel punto focale perde costantemente intensità, è un punto focale vagante il mio, sì, credo sia un punto focale viaggiatore!

Lettera a una donna

Lettera a una donna

Fri 05 Mar 2010 07:42:52 PM CET


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